Quando una relazione finisce, specialmente se ci sono figli di mezzo, sentiamo spesso usare termini come “coppia conflittuale”, “alta conflittualità” o “guerra dei Roses”. Sono etichette comode, usate nei tribunali e nei servizi sociali per descrivere due genitori che non riescono a trovare un accordo.

Tuttavia, c’è un errore di fondo, pericoloso e subdolo, che rischia di danneggiare chi cerca protezione: confondere il conflitto con la violenza.

Sebbene possano sembrare simili dall’esterno (urla, disaccordi, tensione), la loro natura intrinseca è opposta. Capire questa differenza è vitale per gestire correttamente separazioni, divorzi e affidamento dei figli.

La simmetria del conflitto

Il conflitto è, per natura, simmetrico. Avviene tra due persone che si trovano su un piano di parità. Entrambi hanno potere contrattuale, entrambi hanno voce in capitolo, entrambi possono dire “no”.

  • Nel conflitto, le parti discutono su opinioni divergenti (es. scuola pubblica vs privata, giorni di visita, divisione dei beni).

  • Nel conflitto, la mediazione familiare è uno strumento prezioso ed efficace.

  • L’obiettivo del conflitto è solitamente prevalere sull’argomento, ma non annientare l’altro.

L’asimmetria della violenza

La violenza (fisica, psicologica, economica o assistita) è, al contrario, asimmetrica. Non è una “lite”: è una dinamica di potere e controllo. C’è una parte che domina (l’aggressore) e una che subisce o cerca di sopravvivere (la vittima).

Non si può mediare con chi ti vuole controllare o distruggere.

Chiedere a una vittima di violenza di “abbassare i toni” o di “trovare un accordo per il bene dei figli” con il proprio abusante significa ignorare la realtà del terrore e della coercizione. Significa presupporre una parità che non esiste.

Perché questa distinzione cambia tutto nell’affidamento?

Se scambiamo la violenza per conflitto, commettiamo errori giudiziari e umani gravissimi:

  1. La mediazione forzata: Inviare una vittima in mediazione con l’aggressore può essere pericoloso e psicologicamente devastante. Non c’è libera negoziazione quando una parte ha paura dell’altra.

  2. L’affido condiviso a tutti i costi: L’idea della bigenitorialità è sacrosanta nel conflitto, ma diventa un’arma nella violenza. Un genitore violento usa spesso i figli e i tempi di visita come strumento per continuare a esercitare controllo sull’ex partner.

  3. La vittimizzazione secondaria: Dire a una madre o a un padre che denuncia abusi che “sta solo alimentando il conflitto” significa colpevolizzarli per la violenza subita.

Riconoscere i segnali

Come distinguere le due cose? Ecco alcuni indicatori chiave:

  • Paura: Nel conflitto c’è rabbia, nella violenza c’è paura costante delle reazioni dell’altro.

  • Isolamento: Il conflitto non mira a isolare l’altro dalle sue risorse; la violenza sì.

  • Responsabilità: Nel conflitto, spesso “la colpa sta nel mezzo”. Nella violenza, la responsabilità è al 100% di chi agisce l’abuso.

Ricevi aggiornamenti via WhatsApp e via Facebook.

Condividi questo post

By Published On: 29 Novembre 2025Categories: Senza categoria0 Comments on Il conflitto presuppone una parità fra le parti, la violenza noLast Updated: 29 Novembre 2025

Leave A Comment

Post correlati

Total Views: 506Daily Views: 2